Cosa guardi, Gesù?

Cosa guardi, Gesù?

«In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.
Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
“Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”.»
Lc 2,1-14

Quando celebriamo il Natale siamo abituati a fissare lo sguardo sulla mangiatoia di Betlemme, sull’atmosfera della natività, sulle scene dei pastori che il presepe ci consegna. Questa notte, però, proviamo a fare un esercizio e a cambiare punto di vista. Proviamo a guardare il Natale dalla prospettiva del Bambino che nasce. Cosa vede Gesù quando apre gli occhi per la prima volta? Che umanità gli si presenta davanti?

 

Davanti agli occhi di Gesù che, per la prima volta, vede la mamma, non c’è ricchezza, non c’è sicurezza, non c’è potere. C’è una donna che lo avvolge, che lo stringe, che veglia su di lui. In quel volto il Bambino fa la sua prima esperienza del mondo: un mondo povero, ma capace di tenerezza; fragile, ma non indifferente.

Maria è la prova che si può essere privi di tutto eppure capaci di cura. È il volto di un’umanità che non scappa davanti alla fragilità dell’altro, che non delega, che non si volta dall’altra parte.

E allora la domanda è inevitabile: che cosa vede oggi Gesù nei nostri occhi? Trova la stessa premura o trova la fretta, la distrazione, il “non è affar mio”? Trova persone che sanno ancora farsi carico di qualcuno, o solo individui concentrati su se stessi? Il Natale – con gli occhi di Gesù che guarda Maria – ci invita ad essere concretamente la cura di qualcuno. Non in modo eroico, ma reale: una visita, una telefonata, un tempo sottratto alla mia agenda per chi è solo. Se il Natale non genera gesti di cura, resta solo una scena da contemplare.

Che il bambino di Betlemme, aprendo gli occhi, possa vedere anche in noi la stessa premura di Maria!

 

Lo sguardo del Bambino si sposta e incontra quello di Giuseppe: occhi stanchi, mani segnate dal lavoro, fronte corrugata di chi ogni giorno porta il peso della responsabilità. Giuseppe non parla, ma fa. Non si sottrae al lavoro, non fugge dalle leggi della città, non si chiude in una spiritualità disincarnata. In lui Gesù vede un uomo che tiene insieme fede e dovere civico, fiducia in Dio e impegno nella storia. Giuseppe insegna che accogliere il Verbo non significa evadere dal mondo, ma entrarci fino in fondo con onestà. E qui il Natale diventa scomodo: quante volte la nostra fede resta confinata nel privato? Quante volte ci diciamo credenti, ma poi evitiamo di sporcarci le mani nei problemi concreti della società, del lavoro, della giustizia? Se quel Bambino ci guarda così come guarda san Giuseppe, ci chiede anche di portare la nostra fede nella vita pubblica. Di essere onesti nel lavoro, responsabili come cittadini, attenti al bene comune. Una fede che non incide sulle scelte quotidiane, sul modo di lavorare, di partecipare, di costruire la città, è una fede incompiuta.

Che il bambino di Betlemme, aprendo gli occhi, possa vedere anche in noi la stessa onestà e rettitudine di Giuseppe!

 

Forse questa è la visuale che sarà piaciuta di più a quel piccolo Bambino, che l’avrà colpito così tanto al punto che poi, per tutta la vita, egli dedicherà proprio a questi personaggi l’annuncio del Regno! I pastori sono gente semplice, umile, che non cerca cose dell’altro mondo. Vegliano tutta la notte, fanno sacrifici, si impegnano, fanno la guardia a un gregge che non è il loro – sono i guardiani della notte, restano svegli mentre il “pastore” vero dorme – si prendono cura di qualcosa che non gli appartiene. Si accontentano di quello che hanno, consapevoli che è frutto del loro lavoro onesto; fanno sacrifici per le loro famiglie, anche quando questo significa accettare un turno notturno. E vegliano, vegliano. Non dormono, ma hanno quell’animo pronto che permette loro di non dubitare davanti a quell’affermazione così insolita e curiosa che gli angeli gli rivolgono. Hanno fede. Piccola, semplice, ma hanno fede.

Sono come tanti cristiani di oggi. Poveri, dimenticati, che magari accettano di fare un lavoro che non gli piace, o che fanno sacrifici per compiere bene il lavoro che amano. Sono come quei cristiani che attraversano la notte della fatica, della sofferenza, del dolore… ma non per questo si stancano di vegliare, di attendere, di sorvegliare. Di pensare anche alle cose degli altri, non solo alle proprie. E che in mezzo alle proprie preoccupazioni, hanno anche la forza di ascoltare una Voce celeste, che non proviene dal fracasso della musica, della tv o del traffico, ma si ode nella notte, nella notte del cuore. Quella voce degli angeli: oggi per voi è nato un Salvatore.

Oggi anche per noi nasce un Salvatore se abbiamo il coraggio di assumere la vita e lo sguardo di quei pastori, se abbiamo l’umilità di presentarci al Signore così, se siamo determinati nel metterci in cammino per andare a “vedere” questo segno ed annunciarlo agli altri.